Topi, Gordon Reece: l’eterna battaglia tra gatti e topi.

Ho scelto questo libro d’impeto, così, una sera in libreria. Ho dato una sbirciata alla trama e alla copertina e l’ho comprato.
Non potevo immaginare che l’avrei divorato in due giorni, né tantomeno che mi sarebbe piaciuto così tanto e mi portasse a riflettere a lungo sulla questione gatto-topo.
La trama di per sè è piuttosto semplice e lineare: Shelley, una quindicenne normale, vive con la mamma, altrettanto normale, dopo che il padre le ha piantate in asso per una ragazzetta. Sono alla ricerca di una nuova casa, alla luce dei recenti fatti che hanno caratterizzato la loro vita e che hanno costretto entrambe a rivedere le loro priorità. Shelley utilizza una metafora molto efficace per descrivere se stessa e la madre.

Eravamo topi, dopotutto. Non cercavamo una casa. Cercavamo un posto in cui nasconderci.

Shelley è stata vessata da quelle che credeva le sue migliori amiche, che, dopo vari atti di bullismo hanno praticamente attentato alla sua vita, cercando di darle fuoco. La madre, brillante avvocato, aveva rinunciato alla carriera per volere del padre, e ora è costretta ad essere sfruttata da due avvocatucoli di basso livello che usufruiscono del suo sapere senza concederle gratificazioni.
Proprio quando la vita sembra ingranare la marcia giusta, Shelley riceve lezioni private a casa e si sente serena (il preside, topo a sua volta, non ha potuto imputare capi d’accusa alle tre megere-bulle, e non ha potuto farlo nemmeno la polizia), la mamma si sente meglio perchè la figlia è al sicuro…ecco, è proprio quando i topi sono tranquilli che arriva il gatto a farli ballare.
Nel bel mezzo della notte, la notte del sedicesimo compleanno di Shelley, un ladro si introduce in casa loro.

“Shelley cara,” disse. “Non avere paura. Vuole solo dei soldi. Se facciamo come dice, se ne andrà e ci lascerà in pace.”
Non le credevo e capii dalle mani tremanti e dalla voce strozzata che non ci credeva nemmeno lei. Quando un gatto entra nella tana di un topo, non se ne va senza avergli fatto del male.

Ed è qui che le sorti si ribaltano. Perchè Shelley e sua madre lo uccidono, il ladro. E poi, a partire da questo punto, si innescano meccanismi psicologici che tengono il lettore imbrigliato nella mente di Shelley, dalla quale può uscire solo se adotta il suo punto di vista. E’ molto freudiano, per certi versi.

Forse, pensai, è ciò che non possiamo condividere con gli altri che definisce chi siamo davvero.

Insomma, diciamo che forse un po’ tutti ci sentiamo topi, o ci siamo sentiti tali almeno una volta nella vita, e ci sembra che i gatti siano sempre lì pronti a saltarci addosso.
La questione cruciale però, è un’altra: fino a che punto siamo topi? Possiamo trasformarci in gatti? O un topo è destinato a rimanere topo?
Secondo Reece, la natura umana è molto volubile e il destino è variabile. Anche secondo me: penso di essere un topo per natura, ma quando anche il più miserabile dei topi sta per essere schiacciato, le unghie le tira fuori. Anche i denti, anche le armi. La vita è sempre una lotta alla sopravvivenza, rifacendosi a ciò che affermava Darwin, perchè penso che non esista un solo topo che non sia disposto a lottare almeno un minimo per tentare di sopravvivere.

Poi pensai una cosa. Dopo quello che avevamo fatto forse non eravamo più topi. Ma allora, cosa eravamo?

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